Premessa
Andare in Jappone è un sogno che ho coltivato negli anni dell’adolescenza, quindi non chiedetemi di essere obiettivo sui commenti e impressioni che visitare questo “Luogo” mi ha suscitato, perché il semplice fatto di aver messo piede sul “Suo Suolo” mi ha gratificato nell’animo.
I miei commenti sono in corsivo ND Nausicaa
Partenza
Dopo aver preparato i bagagli due mesi prima (in pratica la valigia era vuota…), arriva finalmente il fatidico giorno della partenza.
Col treno da Saronno siamo andati direttamente all’aeroporto di Malpensa e con i biglietti in mano e le valigie stracariche di speranza ci siamo avviati al Check-In dove ad attenderci cera una signora, che, essendo una conoscenza di Max, fece decidere a noi i posti a sedere, in quel momento oltre a pensare a come fosse piccolo il mondo e a quante persone conosceva il mio amico, pensai anche che le premesse di un viaggio spettacolare c’erano tutte.
Dopo aver atteso qualche minuto (o meglio qualche ora…) ci siamo avviati dentro l’aereo, un 747-400, consapevoli di doverci passare la bellezza di 11 ore senza scalo; un piccolo e insignificante dettaglio visto la meta da raggiungere.
A parte il cibo (credo fossero verdure tempestate di riso e qualche sostanza chimica spero non nociva sopra, un secondo che non so se definirlo tale visto che mi ricordo solo il sapore che ti prendeva in giro per quanto era “buono” e un dolce che mi ricordava momenti brutti della mia vita, il tutto da consumarsi a piacere o con micro bacchette di legno, o con posate del Vecchio Continente) e il bagno (uh,uh,uh a volte mi sorprendo quando faccio i complimenti, esagero sempre…), il viaggio è stato impeccabile e senza imprevisti.
Scesi a terra sul suolo japponese, mi sentii come Cristoforo Colombo alla scoperta del nuovo mondo e se non fosse stato per le ginocchia “cementate” mi sarei piegato per baciare il suolo.
Già dall’aeroporto mi resi conto di come fosse tutto diverso e curato nel minimo dettaglio, vedere l’efficienza del personale e il sorriso sincero con il quale ti accoglievano ti facevano sentire un ospite desiderato.
All’Hotel
Dopo aver fatto i biglietti, abbiamo preso il Narita Express, un treno semplice nella sua conformazione, ma comodo e impressionatamene pulito.
Di nascosto ho cercato di fare le mie prime foto, ma c’era l’occhio terribilmente vigile e onnipresente di Max che mi illuminava con un “NO” grande quanto una casa, quindi mi limitai a farne solo una (veramente ne hai fatte 3 NDN), così, per sbaglio.
Dal finestrino panoramico del mezzo, guardavo il panorama sempre diverso, infatti si passava dal vedere campi coltivati a grattacieli, da case minute a Mega-Store di dimensioni bibliche, fino ad arrivare a destinazione, ovvero Shinjuku.
Seguendo le indicazioni (in inglese), la mappa topografica di Max e il radar a 360° di cui era munito quest’ultimo (non ci credevo, ma ha gli occhi anche dietro…), riuscimmo a trovare l’Hotel senza particolari problemi e fummo anche spettatori di un dibattito politico in piazza, dove la cosa strana era che la gente pur essendo tanta lasciava libero i passaggi per la metropolitana o per i negozi, senza che alcun vigile o chi per esso li istigasse a farlo, segno di civiltà credo (non sono loro ad essere civili, siamo noi ad essere dei pirla NDN).
In questo Hotel, tutto era perfetto e ordinato e dopo aver preso i pass ci avviammo verso la nostra camera.
Vorrei spendere qualche parolina per il bagno, piccolo vero, ma fu anche il mio primo impatto con l’avanzato grado tecnologico che possedevano da queste parti, se il Noè Rosso di Nadia aveva dei bagni, erano di sicuro come questo.
Qui dentro ci trovai il mio primo amico d’oltre oceano, il Water.
Ebbene aveva una tastiera sul fianco destro e la tavola di appoggio era a pressione in modo tale da far scendere l’acqua automaticamente appena ti sedevi.
Abituato con i servizi igienici all’italiana, mi chiedevo come fossero quelli orientali e quel Water, anzi quel signor Water, mi rispose a suo modo; schiacciando un tasto usciva un getto d’acqua che lavava la “parte” appena utilizzata con una precisione quasi imbarazzante e per i più coraggiosi potevi anche aumentare la forza di tale getto.
Aveva anche due opzioni, la prima era il getto diretto, il secondo era lo spruzzo…ripeto tecnologia applicata all’uomo, senza ombra di dubbio!
Quella sera stessa trovammo un piccolo negozio di generi alimentari direttamente sotto l’Hotel, nel senso che prendevi l’ascensore che viaggiava a Km l’ora e aperte le porte te lo trovavi davanti dopo aver percorso un corto corridoio; qui abbiamo fatto la spesa per tutta la durata del viaggio e proprio qui ho potuto assaggiare il Thè freddo japponese, che nonostante fosse amaro e insipido non potevi fare a meno di berlo, ed era anche l’unico posto in cui abbiamo trovato l’acqua frizzante, senza contare i dolciumi vari (brioches anemici, quasi albini, ma con un ripieno di cioccolato da competizione…).
Negozi
Il giorno seguente, dopo esserci svegliati, guardato un po’ di televisione alla ricerca di cartoni animati che non riuscivamo a trovare e dopo aver visto le pubblicità che erano altamente ipnotizzanti e prive di un senso logico (e vero che erano in giapponese, una lingua per i più arcaica e pittoresca, ma le immagini che vedevi non potevano avere parole in grado di sostenerle perché se esistevano, erano parole di offesa…semplicemente incredibili, mi dispiace di non averle potute registrare), incontrammo nella Hall dell’albergo alcuni amici di Max che ci fecero da ciceroni e ci diedero alcune dritte per i negozi più diversi e singolari della zona e dei limitrofi (anche in questa circostanza pensai a come fosse piccolo il mondo e a quante persone conosceva il mio amico, pensai anche che le premesse per degli acquisti spettacolari c’erano tutte).
I negozi erano tutti ammassati uno di fianco all’altro e per lo più vendevano le stesse cose, non solo per gli abiti o prodotti di consumo vari, ma anche per quanto riguarda elementi funebri tipo incenso, statuette sacre, tempietti per contenere le ceneri dei defunti (credo che quella via di Asakusa me la ricorderò per un pezzo, visto che lo fatta tenendo ben saldi in mano i “gingilli” di famiglia).
In pratica le vie avevano tutti i negozi a tema, lo dimostra Akiabara soprannominata il “quartiere dell’elettronica”, e vi dico che non vendevano occhiali.
La cosa impressionate è che la tecnologia da queste parti è semplicemente normale, un qualcosa con cui averci a che fare ogni giorno, sia sul lavoro che nella vita privata e questo si riflette anche nei negozi dove puoi trovare macchine fotografiche dal costo di svariati mesi di stipendio con straordinari pagati in nero si capisce, sul tavolo del mercatino, come se fossero pesce, cosa che qui da noi è impensabile visto che tali “reperti” si trovano solo in negozi altamente specializzati e protette da teche di vetro anti-rapina.
I negozi, inoltre avevano le porte sempre aperte e gli “addetti ai lavori” erano persone che si facevano in quattro per aiutarti, senza contare la straordinaria efficienza con il quale ti servivano, sempre con modi gentili e garbati e ti servivano il prodotto in un modo come se fosse una questione d’onore per loro.
A parte il fatto che le buste, con dentro quello che compravi, te le chiudevano con pezzetti di nastro adesivo, ma se pioveva e tu eri dentro un negozio, lo scoprivi quando andavi alla cassa, perché la merce te la mettevano dentro in doppie buste con una cura ancora più esasperata per sigillarle al meglio e subito fuori trovavi altri sacchettini di plastica per inserirvi gli ombrelli, anche questo è un segno di civiltà.
Credo che abbiamo camminato per chilometri per visitare più posti possibili e in ogni luogo in cui abbiamo messo piede, abbiamo comprato di tutto (è meglio avere le idee chiare su quello che si vuole spendere e su quello che si vuole comprare perché la mente vacilla nel vedere l’apoteosi di tutto quello che si è desiderato avere, ma non ci è stato concesso in passato…occhio…!).
L’esperienza più bella è stata visitare il Museo Ghibli, un edificio studiato e costruito per far rimanere a bocca aperta il visitatore di turno (e per alcuni anche il portafoglio…).
Strutturato su più piani, già dal biglietto capivi di trovarti in un posto “magico” infatti ti davano un pezzetto di pellicola di uno dei cartoni cult dello studio (da collezione), senza contare le varie sale allestite con macchine da ripresa, pannelli rotanti in 3D che riflettevano le immagini, congegni in grado di far muovere personaggi giocando sull’illusione ottica, i bambini (ma anche gli adulti…) a fatica si staccavano da queste opere d’arte e potevi muoverti con la liberta che volevi, infatti pagato il biglietto potevi visitare tutto il museo come e quanto volevi senza tener conto di niente e di nessuno, incredibile.
Nel piano superiore si lasciava spazio ai locali per il disegno, la colorazione, per la caratterizzazione dei personaggi e tutto quello che rendeva il cartone un prodotto da sala cinematografica (da Orso d’Oro e da Premio Oscar, non faccio nomi…) e non contenti hanno inserito un micro parco giochi caratterizzato dal “bus-gatto” di Totoro dove i bambini impazzivano giocandoci dentro, confesso che mi sarei tuffato anche io dentro quel “pupazzo” formato gigante, che mi guardava con occhi di sfida!!!
Tornavamo a “casa” per le 21:00 di sera, personalmente stanco, stravolto, ma soddisfatto, pronto per un’altra avventura previa una buona dose di riposo.
Turisti, non per caso
Ogni quartiere che avevamo l’onore di visitare, ospitava all’interno dei suoi confini un parco e la cosa che li caratterizzava tutti era l’ordine, la pulizia e la maestosità degli elementi che lo componevano.
Distese di verde, alberi secolari di tutti i colori, per non parlare delle piante che avevano tutte la descrizione purtroppo solo in japponese.
Il parco che mi ha colpito di più è quello di Ueno (credo che le foto parlino da sole), grande, ricco di colori e di ciliegi in fiore, pianta che per altro mi ricorda innumerevoli cartoni, simbolo inequivocabilmente parlando, del Jappone stesso.
Sempre a Ueno, c’erano i musei dedicati all’arte e alcune scuole dove abbiamo visto i completi scolastici tipici degli studenti che come tanti soldatini si muovevano nei vicoli della città e all’interno del parco (forse speravo di vedere Sailor Moon spuntare da qualche parte…).
E’ impressionante vedere come i cartoni siano ispirati dal vero della quotidianità del luogo, compresi atteggiamenti, modi di fare e credo modi di dire (opss, dimenticavo che non parlo japponese) senza essere contagiati da elementi esterni, come succede qui da noi.
Oltre ai parchi c’erano anche i templi da visitare, opere architettoniche che è superfluo definire un simbolo caratteristico del Jappone, che se uno ci riflette sopra, è incredibile pensare che dopo secoli siano ancora in piedi, anche perché è cosa nota a tutti che il Jappone è “Zona Sismica”.
Il tempio più bello che abbiamo visitato e quello di Asakusa (non per essere pesanti, ma è lo stesso luogo dove c’erano tutti quei negozi per “onoranze funebri” descritti prima…), un tempio caratterizzato da più strutture, dove per arrivarci dovevi passare per una strada rettilinea strapiena ai lati di negozi che vendevano di tutto.
In molti vestivano gli abiti tradizionali, il kimono, infatti credo di averli visti solo in questa occasione, e chi non lo indossava era un turista, come noi!
Il tempio era decisamente caratteristico, con più “tetti” uno sopra l’altro, circondato da una fiumana di persone, chi per pregare, chi per comprare e chi solamente per soddisfare una curiosità (come noi).
Un altro luogo alla quale non potevamo mancare era la Torre Di Tokyo.
Anche in questo caso la “Torre” era preceduta da un tempio, più piccolo, ma non meno sorprendente di quello di Asakusa, dove c’era una lunga fila di statuette tutte vestite con ornamenti colorati, uno spettacolo a vedersi.
Ritornando alla Torre, il primo impatto è stato decisamente incredibile, vedere questo ammasso di ferro color porpora spiccare il volo verso il cielo è un qualcosa che fa vacillare la mente.
Incastri su incastri, trave dopo trave, riuscivi a rimanere solo a bocca aperta, incredibile struttura.
Dopo aver fatto i biglietti siamo saliti al “primo piano”, dico solo che da li riuscivamo a vedere il nostro albergo a Shinjuku.
Credo che in questo caso le foto siano più incisive di ogni altra parola per quanto riguarda il panorama che si presentava davanti ai nostri occhi.
Una cosa, tra le tante, che caratterizzava la Torre, era il fatto che in alcuni punti sul pavimento c’erano delle piastrelle trasparenti che ti permettevano di vedere di sotto, una cosa non simpatica per chi soffre di vertigini, ma di sicuro impatto per chi è un temerario.
Anche all’interno della Torre c’erano dei negozi vari, da catene alimentari a negozi che vendevano giocattoli, c’erano anche negozietti che vendevano katane e pupazzetti da attaccare ai cellulari, insomma da perderci ore per girare il tutto.
Cose Strane
A parte il fatto che essermi trovato in Jappone era già di per sé una cosa strana, alcune cose lo erano di più.
A Shibuya mi è capitato di vedere tre vigili con tanto di guanti bianchi in procinto di dare una multa, ma dopo aver preso la distanza con il metro delle ruote dell’auto dal marciapiede, dopo aver verificato la targa con un computer portatile, verificato il tubo di scappamento e verificata l’esatta posizione dell’auto all’interno della piazza in cui era stata parcheggiata con un GPS. Chissà se è libero o ancora in prigione il povero sprovveduto proprietario dell’auto.
Un’altra cosa da non sottovalutare è che in giro per i marciapiedi non esistono dei “getta rifiuti”, nemmeno dei cassonetti, quindi se ti capita di mangiare uno snack, la carta sei costretto a tenerla in tasca perché non puoi buttarla da nessuna parte. Ma la cosa davvero strana è che le strade rimangono pulite lo stesso, non trovandoci ad esempio nemmeno una lattina, figuriamoci un innocuo pezzo di carta.
Al mattino vedevo i netturbini anche loro in divisa con tanto di guanti bianchi, versare sabbia sui marciapiedi e con scopettoni strofinarli fino a penetrare tra le fessure delle piastrelle con cui erano costruiti, non dico che ci potevi mangiare sopra, ma per lo meno il pensiero te lo suggeriva.
Alcune ragazze avevano le gambe storte…, non c’è niente di male, ma se mentre attraversi le strade le scarpe con i tacchi ti lasciano a piedi nudi perché decidono di scappare, allora rischi di farti male.
Ho visto tacchi con tagli a quasi 45° per compensare la stabilità della persona.
In giro c’erano macchine “leggermente” ritoccate (in pratica potevano prendere il posto delle macchine attrezzate per i Rally) viaggiare tranquillamente nell’indifferenza dei passanti.
Una cosa veramente da paura e che potevi regolare l’orologio con le fermate dei treni, nel senso che se il treno doveva fermarsi alle 10:00, quando si fermava erano le 10:00, inquietante.
Parlando sempre di treni, con una buona dose di ingenuità, abbiamo provato a prenderne uno nell’orario di punta, mi chiedo ancora come sono rimasto vivo da quella esperienza, dire che eravamo stretti come sardine è un’offesa per quest’ultime, io personalmente avevo la faccia schiacciata contro il finestrino, con una “24 ore” conficcata tra le costole e nonostante questo riuscivo a vedere dal riflesso del finestrino persone che leggevano tranquillamente dei periodici, privi di una qualsiasi espressione facciale, la mia l’ho impressa sul quel finestrino!
Conclusioni
Dopo aver compiuto il miracolo di chiudere le valige con tutto il Jappone dentro, abbiamo preso per la seconda volta nella nostra vita il Narita Express.
All’aeroporto ancora non mi rendevo conto di stare per lasciare il Jappone, forse perché in quella settimana avevo fatto più strada, preso più mezzi, visitato più posti e fatto più acquisti di qualsiasi altro periodo della mia vita antecedente questo momento.
Dopo 11 ore in aereo, mi resi conto e come…!
L’unico rimpianto è di esserci rimasto per un breve periodo di tempo e aver visto solo una piccola parte del Jappone, ma quanto basta per aumentare ancora di più la voglia e la gioia di ritornarci un giorno, consapevole di ritrovare quei posti ormai a me cari (anche per il portafoglio…) e che non dimenticherò più.